DOLCE E AMARO, COME IL CARBONE.

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Sono passate le feste, quasi tutte. Aspettiamo solo di salutare anche la Befana.

La Befana tradizionalmente porta carbone. Quello dolce, ai buoni. Io lo voglio amaro, come prendo sempre il caffè, tranne quando ho un’ipoglicemia, o so di dover fare due passi.

Amaro, amaro, voglio un anno amaro. Basta con questa dolcezza. Ogni diabetico si augura di avere un anno amarissimo, che la dolcezza è iperglicemica.

Crostate amare, marmellate amare, fichi amari, biscotti amari; amaro anche il salato, che è dolce, il suo carboidrato.

Amaro amaro amaro amaro, anche l’amore amaro, l’affetto amaro.

Amaro tutto, anche la cioccolata, le mani appiccicose di una calda giornata.

Amaro il ricevere aiuto, amara la tenerezza, amara la bellezza.

Amaro il cielo, amaro il focolare, amara una passeggiata a piedi nudi nel mare.

Amara voglio essere amara, che la vita sembra non essere mai amara come dovrebbe: ci lascia il sangue dolce, anche quando è molto amara.

Perché il diabete è amaro, ma non è amaro abbastanza; porta con sé il gran difetto di essere amaro attraverso la sua incontrollabile dolcezza. Il difetto anche di ignorare la sua amarezza, o altra amarezza. Procede amaramente con dolcezza, imperterrito.

È talmente dolce, l’amaro diabete, che anche quando siamo in ipoglicemia non siamo mai amari a sufficienza, noi diabetici.

Diventiamo scontrosi, irascibili, affannati, confusi, indifesi, tremanti. Ma non siamo amari a dovere. Anche nel calo di zuccheri sappiamo essere già insito il rischio del famoso “rimbalzo” verso l’iperglicemia.

Neanche lì puoi godere a cuor leggero di un sapore dolce, che devi calcolarlo bene, lo zucchero che assumi, anche in ipoglicemia. Perché di fatto, sei comunque un soggetto programmato per produrre dolcezza. Se ci fossero limitazioni di circolazione per i veicoli umani di zucchero, noi saremmo sempre tra quelli inseriti nel blocco del traffico.

Amara amara amara, voglio essere amara. Amara che non basti una colata di miele a mitigarmi, amara come una medicina. Amara come il veleno, si diceva; amara come il carbone.

Amara.

Per essere amara dovrei non avere più nessuna riserva di energia da poter consumare nel corpo. Allora sarei amarissima, ma morirei.

Morirei però anche di troppa dolcezza.

Ma allora che devo fare io, vorrei solo dover gestire una dolcezza più semplice! Fatemi occupare di quella emotiva e finiamola lì, no?

Ed ecco fatto, l’errore del diabetico, l’ho appena commesso: pensare che ci sia qualcosa di più semplice. Non esiste qualcosa di più semplice, esiste semmai qualcosa in meno di cui doversi occupare, e certo non siamo ipocriti nel dire che a tutti noi farebbe piacere toglierci questo pensiero.

Resta il fatto che il diabete di tipo 1 non è un mio amico, non è un nemico, non è un agente esterno. È una condizione del mio corpo, e non potendo prescindere da nessuna parte di me, né fare la guerra a me stessa, mi auguro per il nuovo anno una dolcezza che non faccia male; mi auguro comprensione, mi auguro del bene. Ma no, non di essere amara, che di troppa amarezza ugualmente si muore, dimenticando prima chi siamo.

 

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