SONO – 2° classificato concorso letterario FDG

Con questo racconto ho partecipato all’ottava edizione del  concorso letterario “Il diabete infantile e giovanile: le storie, i racconti”, indetto dalla Federazione Nazionale Diabete Giovanile (FDG), in collaborazione con la casa editrice Agapantos. Sono stati premiati i primi tre racconti, e così, essendosi il mio classificato secondo, ho avuto il piacere e l’onore di ricevere questo bel riconoscimento presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati. Ringrazio molto la FDG, Agapantos, e coloro che mi sostengono ogni giorno. Non sono più soltanto le persone che mi circondano nel quotidiano, familiari e amici, ma anche voi, che seguite il blog sempre più numerosi e che mi scrivete pensieri bellissimi. Volevo quindi condividere questo racconto qui, perché condividere è bello. Condividere in punta di piedi, ma senza paure, rende la mia vita migliore. La rende migliore fidarmi, esprimermi, raccontare, ascoltare. 

Sala del Refettorio, Camera dei Deputati. Premiazione Concorso “Il diabete infantile e giovanile: le storie, i racconti”.

 

 

SONO

di Eleonora Betti

 

 

Respiro, bevo, mangio, guardo. Amo. Viaggio, studio, lavoro.

Sento. Suono.

Sono.

 

Quel suono, lo sento:

tac, tac, tac,

tac, tac, tac,

tac,

tac,

tac,

tac,

tac.

 

 

La mia pompa di insulina, dopo avere erogato la dose richiesta, riprende a consegnare il suo carico di giornata, lenta, incessante, quieta quando non è in allarme.

 

Respiro.

 

A volte mi piace guardarlo, sdraiata sul letto, si muove con me quando sollevo e abbasso l’addome; riposa vicino all’ombelico, di solito non visto, perché dai vestiti delicatamente si trova coperto. È un tubicino che porta del liquido dentro, trasparente; gran vantaggio certo, non doverlo quindi abbinare per colore al mio aspetto. Sta bene con tutti, l’insulina che inietta, con tutti quelli che ne hanno ormai urgenza.

 

Deve esserci totale silenzio, per riuscire a sentire quel suono:

tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac.

 

Potrei usarlo per creare un balletto, o improvvisare un motivo da fischiettare nel vento. Tutto a quel ritmo, né veloce né lento, come se la macchina che porto appresso, avesse un suo cuore incurante del resto. Lei non è suscettibile di grandi emozioni, ma devo ricordarle che io non sono programmata a priori. Il resto del corpo funziona normalmente, nonostante il mio pancreas abbia smesso, da tempo, di dare i suoi frutti migliori.

 

Chissà oggi che succederà di imprevisto. Forse correrò per prendere un treno, o arriverò sulla cima di un colle per vedere come cambiano le cose se sposto il limite dell’orizzonte; potrei decidere di fermarmi sotto casa con te a parlare, e non accorgermi che si è fatto tardi per consumare un pasto in orario salutare; se magari fossi molto ispirata, potrei scrivere anche una canzone, e allungarmi in tale lavoro fino a tardi, stremata. Potrei sentirmi un po’ agitata, in ansia per qualcosa da fare, per un pensiero inquieto che s’insinua nella mente, portandomi a stare male. Potrei innamorarmi, in questa giornata, incontrare uno sguardo e sentirmi leggera e piena e coraggiosa e delicata. Allora il mio cuore batterebbe forte, avrei energia per correre ancora più veloce, senza fiato raggiungere la cima di quel colle. Vedrei l’orizzonte più lontano, capirei che tutto cambia, secondo come sembra porsi nel mondo, e nel giudizio umano.

 

Ma ho corso troppo ora, mi sono innamorata troppo oggi, ho visto troppo, troppo lontano all’orizzonte, parlato con te, felice sì, ma troppo a lungo, e poi suonato finché è scesa la notte, e anche quella ahimè, era troppo inoltrata. Stavo così bene a un certo punto, da dimenticare che se il mio passo accelera molto, se sono allegra, o indaffarata, e consumo energia a profusione, devo dirlo alla piccola macchina che tengo in tasca, perché il suo cuore sempre regolare possa rallentare e farmi meglio respirare; o se per caso mangiassi un biscotto, dovrei dirle che mi serve il suo aiuto, se no poi lo zucchero mi affannerebbe, sarebbe un problema lo stesso, all’opposto. Non stupirti: tutti gli eccessi di solito portano a stati di sconforto.

Se scordo di parlarle sto male, e con lei non mi posso neanche arrabbiare. Perché non sa che il mio cuore è nel corpo, e il corpo nel mondo, e che il mondo si muove, e muove in mille modi il mio giorno.

Ho pensato di presentarle un amico con cui dialogare, di affiancarle un collega che legge lo zucchero che scende, e che sale. Lo porto sulla pelle, così se ogni tanto mi innamoro troppo delle cose che ho intorno, e distratta non parlo subito a quell’apparecchio col tubicino, che porto, l’altro lo chiama, riferendogli quel che di me ha provato a capire, ad ascoltare, e lo traduce al suo meglio, ne fa un messaggio che arrivi chiaro e tondo.

È un sensore, e non posso con lui normalmente comunicare: delle mie emozioni non capisce molto; dei muscoli in azione non sente lo sforzo. Per questo non gli posso raccontare quegli episodi di una giornata intensamente normale, però sono contenta, perché qualcosa gli dice quando nel corpo lo zucchero è tanto, o è poco, pochissimo, da farmi quasi svenire; questo mi basta, per ora, come messaggio da riferire.

Che le macchine si sa, capiscono meglio il risultato concreto; è un algoritmo, un numero, che ha per loro un senso. Io invece mi vedo più complicata, i numeri mi compongono forse, ma in una maniera che mi pare troppo elaborata. E se anche la scienza analizza l’oggetto, e del corpo vede ogni pezzetto, a volte perde lo sguardo sul tutto. Sopra le parti ci sono io, e io sono, e qui resto, anche in un corpo con qualche difetto.

 

Sono io che respiro, bevo, mangio, guardo. Sono io che amo. E viaggio, studio, lavoro.

Sento. Suono.

Sono.

 

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