CENTOCINQUANTASETTEMILASETTECENTO ORE DI VITA

Qualche giorno fa il mio diabete ha compiuto diciotto anni.

Ho pensato un poco a questo strano compleanno, nelle settimane precedenti l’anniversario, con una sensazone di difficoltà nel realizzare quel numero, nel dargli una concretezza.

Ho ripensato a quando a undici anni mi sono trovata improvvisamente in una corsia di ospedale, a cercare di capire cosa stesse avvenendo al mio corpo, alla mia vita, e perché tutti intorno a me vivessero quella situazione con tale livello di disperazione. Da parte mia avevo la forse strana idea che la cosa importante fosse che per quell’imprevisto fisico esistesse una terapia utile a proseguire le mie varie attività quotidiane “come prima”; che dopo qualche giorno avrei finalmente potuto tornare a casa a mangiare cose buone; che sarebbe finita quella tortura della sete e della pipì, sintomi dell’insorgenza del diabete; infine l’ansia principale era relativa all’aver saltato per colpa del ricovero ospedaliero il compito di francese, e perso diverse lezioni di storia e di letteratura.

Era ancora il periodo di Titanic, con il suo protagonista maschile adorato dalle ragazzine. Qualche mia compagna di classe venne a trovarmi, e ricordo sorridendo di aver ricevuto un “Cioè”, rivista di gossip per adolescenti in voga in quegli anni, piena di queste foto di un Di Caprio giovanissimo, che mi pareva totalmente privo di fascino. Sarà stato forse perché ero cresciuta guardando Zorro.

Comunque sia credo che i miei pensieri fossero sereni per due ragioni: avevo ingenuamente mantenuto un saldo ancoraggio a cose che mi parevano più decisive di questo diabete tutto da scoprire, come la scuola; e più importante, non mi rendevo conto di quanto sia lunga la vita e di quanti momenti nel tempo avrei dovuto condividere con la mia patologia. Non avevo chiaro che essa avrebbe sempre avuto a che fare con la mia vita in uno strambo non stop bipolare di abbondanza e mancanza di zuccheri.

Dicevano i dottori che in pochi anni si sarebbe trovata una cura. Ora a distanza di tempo io credo che il passaggio di ognuno di noi sulla Terra sia così breve in fondo, rispetto ai tempi della scienza, da non dovermi amareggiare anche nel caso in cui non dovessi essere tra coloro che vedranno una soluzione definitiva al diabete.

Quello che mi spaventa dei diciotto anni trascorsi quindi non è tanto questo, quanto il pensare che ne sono passati già così tanti da avere accumulato un’enormità di fatti piccoli e grandi da ricordare riguardo al diabete, di buchi sulle dita, di iniezioni prima e set di infusione poi, facendo il diabete parte ventiquattro ore su ventiquattro della mia vita. Quindi sono circa centocinquantasettemilasettecento ore di diabete, ma anche di vita. Ecco mi piace pensare che grazie alla terapia insulinica sono centocinquantasettemilasettecento ore di vita, che altrimenti non avrei avuto.

Che poi saranno tante, ma come del resto per quando diventi maggiorenne, non scatta nessun automatico diploma di saggezza e totale competenza, dopo diciotto anni di diabete.

Sono ancora imbranata e sbaglio.

Sbaglio spesso.

Una perfetta diciottenne, o forse un perfetto essere umano.

 

peanuts futuro

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